RIFLESSIONI (n°6) STATO E DEMOCRAZIA
Vorrei partire da alcune riflessioni di Emilio
Gentile, storico di fama internazionale e
professore emerito all'Università "La
Sapienza" di Roma espresse nel suo libro di qualche anno fa "In democrazia il popolo è sempre sovrano: falso!".
Osserva quello che avviene oggi nel mondo, dove quasi tutti i governanti si
proclamano democratici, dove quasi tutte le Costituzioni dichiarano che il
popolo è la fonte del potere, ma vuole verificare se ai proclami seguono i
fatti. E alla verifica si è accorto che oggi
sta avvenendo una mutazione della democrazia da "rappresentativa" a "recitativa".
Fra una scena e l'altra delle elezioni, sul palco degli Stati democratici
prevalgono le oligarchie di governo e di partito, la corruzione della classe
politica, la demagogia dei capi, l'apatia dei cittadini, la manipolazione
dell'opinione pubblica, la degradazione
della cultura politica ad annunci pubblicitari alla luce del sole, i famosi
"tweet" di "pancia" rivolte solo all'immanente e molto di scena che hanno sostituito le "tribune politiche" di
mezzo secolo fa, espressioni di riflessioni ideologiche e di pensieri anche
complessi.E la domanda che si pone: e se
nelle democrazie attuali questi fossero tratti non contingenti ma congeniti?
Perché la democrazia non è incisa nel destinoumano come un codice genetico,
nessuna popolazione ha la democrazia nel suo DNA. E se la democrazia è il
potere del popolo sovrano ed il popolo sovrano non ha più potere, la democrazia
cessa di esistere e diventa altra cosa da quella che è stata finora come altra
cosa diventa il popolo sovrano.Le
Nazioni Unite sono la massima organizzazione internazionale fondata a San
Francisco nel giugno del 1945 subito dopo la fine del secondo conflitto
mondiale. I governi firmatari si impegnavano ad "una lotta comune contro forze selvagge e brutali che mirano a
soggiogare il mondo...la completa vittoria sui loro nemici è indispensabile alla
difesa della vita, dell'indipendenza, della libertà civile e religiosa e alla
salvaguardia dei diritti dell'uomo e della giustizia nei propri come negli
altri Paesi". Nel 1945 gli Stati membri era 51 e nel corso dei successivi
sette decenni, con la nascita di nuovi Stati sorti dopo la fine degli imperi
coloniali, dei regimi comunisti in Europa orientale il loro numero è
continuamente aumentato ed oggi sono 193
che fanno parte dell'ONU la cui Carta inizia con una solenne affermazione
della volontà popolare ma non viene citata la parola "democrazia" perché come nella Costituzione degli Stati Uniti
diffidavano molto della democrazia come governo della maggioranza del popolo. La lotta per la democrazia iniziò nel
XVIII° secolo, quando sui popoli sudditi dominavano incontrastati la sacralità
regale voluta da Dio e garantita dalla Chiesa, l'assolutismo monarchico, i
privilegi ereditari e l'immutabile gerarchia degli ordini mentre la maggioranza
della gente comune era obbligata solo all'obbedienza, al lavoro e al pagamento
dei tributi per mantenere gli ordini privilegiati ed il monarca. Non fu
semplice perché nel 1815 i sovrani spodestati dalla Rivoluzione francese
riaffermarono la sovranità conferita loro da Dio nel "Patto della Santa Alleanza" (Russia, Austria e Prussia) a difesa
del loro potere contro la democrazia. La
nuova Carta delle Nazioni Unite dimostra il radicale cambiamento con la
traslazione della sovranità dai re consacrati da Dio ai popoli divenuti
padroni del proprio destino e testimonia il successo più significativo conseguito
dalla democrazia.Ma non è tutt'oro quel
che luce e gli Stati che fanno parte dell'ONU riconoscono tutti la sovranità
popolare come loro fondamento? Tranne le monarchie assolute che ancora
dominano nei Paesi arabi tutti gli altri Stati hanno Costituzioni che affermano
la sovranità popolare. Però ciascuno a modo suo. Perché se in Europa sono
scomparsi i totalitarismi comunisti non lo sono ad esempio in Asia o in America
latina. La Costituzione Cinese adottata nel 1982 afferma che la RPC è "uno Stato socialista di dittatura
democratica popolare (ossimoro), guidata dalla classe operaia" analogamente
si comporta la Corea del Nord, il Vietnam, la Cambogia, Cuba. In Giappone l'Imperatore "è il simbolo dello Stato e dell'unità del
popolo; egli deriva le sue funzioni dalla volontà del popolo, in cui risiede il
potere sovrano". Tra gli Stati
islamicivi sono repubbliche con una democrazia rappresentativa come la
Turchia (con qualche dubbio oggi sotto il sultano Erdogan per la scomparsa
della laicità dello Stato voluta da Kemal Ataturk) e la Tunisia, monarchie
assolute come l'Arabia saudita e i Sultanati del Golfo Persico e monarchie
costituzionali come il Marocco e la Giordania. Vi è poi la Repubblica islamica
dell'Iran dell'ayatollah Khomeini che rappresenta una forma di Repubblica
teocratica a base popolare. Ed in pratica non ci sarebbe nessun al mondo che si
definirebbe "antidemocratico" comeil proliferare di movimenti"populisti" che
proclamano di rappresentare il popolo sovrano come unica fonte del potere negli
Stati esistenti.Ad oggi comunque
possiamo dire secondo il "democratometro" della "Freedom House" che 106
Paesi possono essere considerati "liberi",
67 "parzialmente liberi" per ostacoli
ai diritti umani, corruzione e restrizioni di libertà, e 48 "non liberi" per la mancanza di
istituzioni democratiche e continua violazione dei diritti umani. Se poi
consideriamo che nel 2015 è stato nominato all'ONU come membro del Consiglio
per i diritti umani l'ambasciatore dell'Arabia saudita, una monarchia assoluta che
detiene il primato della violazione dei diritti umani ignorando del tutto i
diritti civili e le libertà politiche capiamo bene quanta ipocrisia alberghi
negli Stati che ne fanno parte e quanto poco abbia fatto questa organizzazione
internazionale nel porre un freno ai conflitti e alle guerre fra gli Stati ove
la democrazia non è poi in così buona salute.E dal 2010 che numerosi istituti di ricerca e media parlano di una
"recessione della democrazia", "democrazia sotto stress", "democrazia in ritirata", "democrazia nel limbo", "La democrazia nell'era dell'ansia", "Cosa è andato storto alla democrazia". Ma cosa ha causato il passaggio della
democrazia dal trionfo alla ritirata soprattutto negli Stati socialmente più
avanzati?Pregevole l'analisi del sociologo israeliano Noah Eisenstadt quando parla del "paradosso della democrazia" riferendosi a quelle "rappresentative" che neppure in presenza
di condizioni favorevoli di funzionamento si assicura la loro persistenza per
la continua trasformazione della società e delle situazioni politiche che ne
indeboliscono la legittimazione e l'efficienza. E ciò per effetto di "processi interni" alle democrazie stesse,
come il rafforzamento del potere esecutivo, la burocratizzazione di tutte le
aree della vita sia sociale che politica, la "sovra-concentrazione" del potere nella produzione, nella diffusione
nell'accesso all'informazione, la crescente professionalizzazione tecnica delle
conoscenze relative al processo politico e la tendenza dei leader a considerare
i più vasti settori della società incapaci di comprendere una tale mole di
informazioni.Consegue una diffusa apatia
politica e una minore partecipazione del popolo (l' "astensionismo" sempre più corposo) con i media che non fanno che
aggravare questa tendenza. La sfiducia
si avverte anche sulla selezione dei leader che potrebbero poi abusare dei
privilegi garantiti a esempio non seguendo gli esiti elettorali, magari
modificarli, non rispettando le garanzie di libertà e legalità, dando luogo a
quelle democrazie che potremmo definire "illiberali"
come già avvenuto in Paesi dell'America latina (Venezuela), dell'Europa
orientale, dell'Asia (Iran e Turchia) o dell'Africa.Al "deconsolidamento" della democrazia aggiunge il sociologo avrebbero
contribuito fattori internazionali come la "globalizzazione" economica e culturale, accompagnata da nuovi
antagonismi culturali, etnici, nazionalisti e religiosi che avrebbero messo in
crisi lo Stato-nazione.Nel 2000 il
politolo inglese Colin Crouch parlava già di "Post-democrazia"esprimendo un
giudizio quasi brutale sulla reale consistenza della democrazia. Affermava "Anche se le elezioni, come attività politica
prevalente per la massa, continuassero a svolgersi e a condizionare i governi,
il dibattito elettorale è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da
gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche della persuasione e si
esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi,
mentre la massa dei cittadini svolge un ruolo passivo ed acquiescente, persino
apatico. La politica viene decisa in privato dall'interazione fra governi
eletti e le èlite che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici. A
spingere verso la post-democrazia è il dilagare della corruzione come aspetto
diffusissimo della vita politica, con i partiti di sinistra che non erano
assolutamente immuni dal fenomeno che i loro movimenti avrebbero dovuto
stigmatizzare". Altro fattore
destabilizzante la democrazia, continua il politologo è il "degrado della comunicazione politica di
massa" a causa della crescente "personalizzazione"
della politica elettorale basata esclusivamente sulle presunte qualità
carismatiche del leader di partito. Quante volte abbiamo sentito i politici che
per appoggiare le loro scelte non avvertono alcuna necessità di chiarirne i
motivi limitandosi all' "Io ci metto la
faccia". "Bucare lo schermo" con
spot e atteggiamenti convincenti che prendono sempre più il posto del dibattito
sulle questioni e gli interessi in conflitto con conseguente decadenza della
discussione politica seria e a scapito di un'etica del servizio pubblico. Questa è "l'entropia della democrazia"
conclude Crouch: più soldi hai da investire, più donazioni avrai dalle
lobby economiche (in Italia lo scandalo dei rimborsi ai partiti), più consenso
avrai sia per eleggere un tuo candidato o semplicemente te stesso.Questa è la "democrazia recitativa" di
Gentile che desovranizza il popolo.Il "Noi
popolo" ad inizio di ogni Carta costituzionale dello Stato di diritto
sostituito dal "Noi governanti"! Finita l'era quando le democrazie
prevalsero contro i totalitarismi perché i loro governanti del stazza di un
Churchill o di un Rooseveltseppero incitare il popolo
sovrano, dal quale derivavano la loro autorità e il loro potere, a combattere
fino alla vittoria. Ad analoghe conclusioni
giunge il nostro Sergio Romano nel suo pamphlet "Morire di democrazia tra
derive autoritarie e populismo" ed aggiunge che "Il discredito della politica, che non è più in grado di mantenere le
promesse e le premesse, ha prodotto un'invasiva presenza della Magistratura
nella vita pubblica, erodendo le paratie, sia pur imperfette, che separavano il
potere giudiziario da quello legislativo ed esecutivo. E si chiede: oggi le
democrazie rappresentative riusciranno a resistere e a non cedere alle derive
autoritarie o populiste come accaduto alla vigilia della Grande Guerra?".E lo Stato? Lo Stato è quella istituzione
che dovrebbe consentire con le sue leggi di promuovere il benessere dei
cittadini. Ed invece? E' divenuto un'idrovora, una specie di dea Kalì, che
tutto amministra nell'unico scopo di promuovere il benessere di chi governa non
dei governati. Stella e Rizzo, due
giornalisti d'inchiesta qualche tempo fa hanno scritto un libro, "La casta" che elenca i numerosi
privilegi di cui godono i nostri reggenti che sembrano appartenere ad una
classe elevata sempre più avulsa e distante dalle necessità della vita reale
del comune cittadino. A questa un giornalista dell' "L'Espresso" Stefano Liviadotti ha aggiunto "L'altra casta" una inchiesta sul
"Sindacato" che si è permesso di indire uno sciopero il 9 Dicembre prossimo per
difendere i più protetti dal crollo economico da pandemia ossia i dipendenti
pubblici che d'altronde rappresentano la maggioranza dei loro tesserati mentre
gli autonomi sono al collasso, e "L'Ultra-casta"
ossia quella dei magistrati con giudici e pubblici ministeri che rappresentano
la madre di tutte le caste. Uno Stato
nello Stato, governato da fazioni che si spartiscono le poltrone in base ad
ferrea logica lottizzatoria riuscendo a dettare l'agenda alla politica. Un formidabile apparto di potereche,
sventolando spesso a sproposito il sacrosanto vessillo dell'indipendenza e
facendo leva sull'immagine di tanti magistrati-eroi, è riuscito a blindare la
cittadella della giustizia, bandendo ogni forma di meritocrazia e conquistando
per i propri associati un carnevale di privilegi: scandalosi meccanismi di
carriera con la farsa degli esami di promozione superati dal 99% dei candidati,
stipendi fino all'ultimo centesimo, lavorano circa 4,2 ore al giorno ma quando
arrivano al vertice della carriera guadagnano quasi il quintuplo degli italiani
normali. Per non parlare dei ricchi incarichi extragiudiziari, la scala mobile
su misura, i benefit dei consiglieri del Csm, del tutto simili al personale dei
Ministeri.Ma lo scandalo più eloquente
che investe questa classe di "elevati" l'ha descritto senza mezzi termini e con
dovizia di particolari il giornalista Stefano Zurlonel suo "Il libro nero della magistratura" ove
racconta storie che fanno impallidire pure il caso Palamara: dal giudice che "molesta e assilla" la collega pm, quello
che copia le sentenze, fino al collega che assegna centinaia di incarichi
all'amico professionista con cui condivide la frequentazione di un club di
prostitute o al giudice di Corte di Appello che fotografava le nipoti minorenni
e diffondeva in rete le foto pedopornografiche. Ma l'Ultra-casta si protegge e
a questi colleghi inquisiti arriva solo una tirata d'orecchi restando al loro
lavoro. Caso emblematico il Csm che assolve il giudice sorpreso con una
minorenne nel bagno di un cinema. Secondo la sentenza, costata allo Stato 70
miliardi di lire, era innocente perché tre anni prima aveva battuto la testa.Da
non credere! Reati commessi dai
magistrati e "perdonati" dal Csm. Ma quale "legge vale per tutti"? L'abbiamo visto col referendum sulla
responsabilità civile dei magistrati, punibili solo per "dolo", mentre per i medici è sufficiente la "colpa".Altra etnia!Questo il
"terzo potere" dello Stato che per i primi due già fa acqua da tutte le parti.
Basta vedere il conflitto di poteri fra Stato e Regioni, di come lo Stato
difende i suoi confini e i suoi pregevoli prodotti culturali ed alimentari con
una Cina ed una UE sempre a combattere le nostre qualità e a minarne
l'esclusiva. Il caso proprio di ricordare quanto Dante scriveva circa 7 secoli
fa nel suo Purgatorio "Ahi serva Italia
di dolore ostello nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di provincia
ma bordello". Sì, siamo diventati un
"bordello" ove tutti fanno la fila per la "prestazione" peraltro naturale a
quei tempi ora senza fare la fila siamo in preda ad una dolorosa "sodomia" che i normali cittadini
subiscono senza potersi lamentare e muoversi, e qualche buontempone
aggiungerebbe "per non fare il gioco del
nemico".Zitti e chiusi in casa,
incombe il contagio virale, ma non per tutti come gli immigrati che sono
liberi di scorrazzare senza dpi, pianificare viaggi ed attentati terroristici,
hanno diritto alla tutela giudiziaria se qualcuno si permette di rimpatriarli (pratica
oggi divenuta impossibile: basta definirsi gay ed il gioco è fatto!).Nel
contempo col drone si rincorrelo sportivo che da solo fa jogging lungo la
spiaggiama non si controllano i centri di spaccio della droga nigeriani,
cinesi, e via dicendo, anzi li si
protegge ancoracon l'articolo 200 della manovra di Bilancio che recita "Abolizione dell'imposta sul "Money Transfer"
cioè il trasferimento di denaro contante all'estero ossia il modo con cui le
mafie cinese o nigeriana mandano a casa il denaro cash. Motivo? Perché tanto
non riusciamo a far rispettare la norma! Cioè in soldoni, siccome questa
imposta non si riesce a recuperarla, allora la togliamo! Incredibile,
dovrebbero fare così tutti gli italiani che se non riescono a pagare l'imposta
possono sperare nel vederla abolita.Lo
stesso governo che punisce gli italiani se usano il "contante" per fare gli
interessi delle banche con la moneta elettronica. Il cittadino italiano lo puoi
aggredire e sbeffeggiare fino alla morte come accaduto al "Senzatetto" di Como, col suo sacco a pelosul marciapiede, multato
di 400 euro per essersi allontanato dal proprio "domicilio" durante il lockdown. Stato democratico che noi mezzo secolo fa ritenevano solo
afflitto dal difettuccio della "raccomandazione"
più o meno nascosta, zeppo oggi di soprusi che farebbero inorridire chi la
Costituzione come Calamandrei l'ha partecipata nella stesura.E le cose sono oggi cambiate e le ricette
per modificare questa democrazia oramai decrepita non possono essere le stesse.
Non l'ha compreso Trump e nemmeno Salvini che continua a elogiare e difendere
la libera impresa, gli interessi nazionali secondo una ideologia d'antan. La
vera posta in gioco, come osserva acutamente Paolo Becchi, che dovremo affrontare alla fine della pandemia è il
"Capitalismo digitale". La pandemia ha solo accelerato i processi
economici e politici propri della rivoluzione digitale: dalla didattica a
distanza (Dad), allo spostamento del "consumo
on-line", dallo "smart working"
ad una socialità "in remoto"
(Facebook, Instagram), dai governi "democratici"
ai governi "post-democratici" che dall'emergenza passano alla "sorveglianza" sempre più capillare sui
nostri corpi e sulle nostre azioni, sui nostri dati. I sostenitori i questi
processi ci sono già ed hanno vita abbastanza facile perché abbiamo già
consegnato il nostro futuro politico, culturale, economico, sociale,
antropologico nelle mani dei grandi
oligopolistatunitensi come Google, Amazon o Microsoft o cinesi come Huawei.
E non ci sarà nessuna opposizione politica efficace finchè non si capirà che
questo è il terreno del conflitto futuro. Finiremo colonizzati da lor signori
se non cerchiamo di costruire una nostra
"sovranità tecnologica europea" che cerchi di offrire alternativa valida e
concorrenziale con quella americana o cinese perché è sul controllo dei dati,
sulla proprietà dei software, sulle infrastrutture e modelli di consumo, sul
ruolo della cultura e i rischi connessi alle nuove tecnologie che si gioca la
partita decisiva. Figuriamoci se Trump
che voleva penalizzare fiscalmente le big company digitali poteva vincere
le elezioni quando queste hanno deciso di foraggiare l'avanzata dei
democratici, ad iniziare da Kamala Harris, insieme alla gran parte dei media. A
nulla sono valsi i progressi del trascurato ceto medio, il rilancio economico,
una politica estera orientata più sul disarmo che sui conflitti. E se il nostro centrodestra con i suoi
leader continueranno ad usare il latino come lingua, pur nella sua gloria,
di sicuro, noi liberali, saremo destinati alla sconfitta come dimostra l'attuale
invasione mercantile cinese dei nostri territori e delle nostre attività.Riusciremo
ad affinare le armi?